dimanche 20 octobre 2013

Un cuore per l'Africa

DON GIUSEPPE DADOMO


Incontro padre Giuseppe Dadomo mentre, come al solito, è intento a lavorare con la schiena ricurva, nel terreno che circonda la comunità paolina di Lubumbashi, capitale del Katanga, la parte del territorio congolese che si insinua fra Angola, Zambia e Tanzania. Sono giorni di lavoro e di festa per la prima professione religiosa di tre nuovi paolini congolesi. Padre Giuseppe Dadomo ha 91 anni, di cui più di 50 vissuti nell’odierna Repubblica Democratica del Congo, ex Congo-Belga, ex Zaire. Nonostante la veneranda età, fa sempre la sua parte di lavoro, garantendo quotidianamente, oltre a una preghiera abbondante e costante, l’ordine e la pulizia del terreno, del bananeto e degli alberi di mango. Quando Baba Joseph – così viene qui chiamato il vecchio e saggio nonno – arrivò in Congo più di cinquant’anni fa, era già un uomo e un prete con una certa esperienza, avendo superato la quarantina e avendo più volte attraversato l’oceano seguendo le indicazioni del fondatore, il beato Giacomo Alberione, che l’aveva inviato in Canada. Le sue origini umili, che affondano le radici nell’Appennino piacentino, hanno forgiato la sua tempra di missionario a tutto campo, con quel plus di spiritualità guadagnata nel contatto con chi, in tempi eroici, ha fatto nascere dal nulla quella grande famiglia religiosa che nel giro di pochi decenni, grazie allo zelo apostolico e al coraggio dei giovani preti, si è diffusa in tutta Italia e in tutto il mondo.
Padre Giuseppe, quale è stata la sua reazione quando ha saputo di essere destinato all’Africa?
«In realtà non ne sono stato sorpreso, perché era un desiderio che sentivo dentro e che avevo manifestato. Si pregava spesso per la grande Africa e per diversi anni si è atteso di decidere verso quale Paese dirigersi. Nel frattempo avevo ascoltato anche alcuni vescovi di passaggio a Roma che chiedevano missionari per l’Africa. Il mio cuore si era già aperto a questo continente così variegato e ricco di potenzialità, ma con tanti problemi».
Quali sono stati i suoi impegni di missionario paolino in Congo ?
«Il delegato di don Alberione, il mio conterraneo don Tonni, aveva preso contatti con la congregazione più diffusa a Leopoldville (oggi Kinshasa): i padri del Cuore Immacolato di Maria, conosciuti anche come missionari di Scheut dal luogo della loro casa madre in Belgio. Essi avevano già avviato alcune tipografie per soddisfare i bisogni di stampa per le missioni e le parrocchie. Inizialmente ci mettemmo al servizio di questa tipografia, poi impiantammo il nostro centro-stampa con l’arrivo di alcuni confratelli, tecnici esperti che per primi, nel caldo africano, riuscirono a far funzionare, con opportuni accorgimenti, la tecnologia di stampa offset. Erano gli anni Sessanta».
Accanto all’apostolato tecnico, come è stato il contatto con la popolazione locale?
«Le nostre tipografie, prima a Kinshasa e poi a Elisabethville (l’odierna Lubumbashi) hanno sempre lavorato grazie all’apporto di maestranze locali da noi istruite e quindi l’impegno apostolico è stato condiviso con tanti giovani congolesi. È da notare che la maggior parte delle tipografie nate successivamente in Congo sono gestite da chi ha appreso da noi l’arte tipografica. Quasi subito poi, insieme alle suore paoline, abbiamo cominciato la diffusione dei libri e delle Bibbie, come pure la redazione di un mensile di successo, Afrique Chretienne, che per motivi politici negli anni Settanta fu censurato e chiuso dal potente dell’epoca, il maresciallo Mobutu. Ma quella difficoltà ci ha dato l’occasione per impegnarci di più nella redazione di libri di spiritualità e di manuali scolastici, la vera esigenza di una popolazione giovane come quella congolese».
E quanto all’impegno pastorale?
«Su invito dell’arcivescovo di Lubumbashi, noi paolini abbiamo dato inizio a due parrocchie. Una, quella di San Paolo, sorge accanto alla nostra libreria ed è ora dotata di una bella e ampia chiesa, di cui abbiamo seguito l’edificazione. L’altra, dedicata alla Regina degli Apostoli, è rimasta una piccola cappella, non lontana dalla nostra comunità. Ora il quartiere di Kigoma è divenuto molto popoloso e il parroco ha già iniziato, con i fondi dei fedeli, la costruzione di una nuova chiesa più ampia. Ma ora i lavori sono fermi per mancanza di contributi. Nonostante questo, proprio nella cappella della Regina degli Apostoli, abbiamo celebrato la prima professione di tre paolini, con grande partecipazione di fedeli, in gran parte rimasti fuori per mancanza di spazio».
Testo di Roberto Ponti - Rivista CREDERE, n. 29 del 20 ottobre 2013

jeudi 19 septembre 2013

Un tetto per pregare

Le foto inserite in questo post illustrano un progetto che tengo molto a condividere. La Comunità Paolina di Lubumbashi è collocata in quartiere periferico della città katanghese e ha sempre collaborato con l'archidiocesi per far fronte alle esigenze pastorali. Il decano dei Paolini in Congo, Padre Giuseppe Dadomo, piacentino che da pochi giorni ha compiuto 91 anni (di cui più di 50 trascorsi in missione in Congo) ha costruito una Cappella che - da devoto di Maria e figlio di don Alberione - ha subito dedicato alla Regina degli Apostoli. Da circa 10 anni la Cappella è diventata sede di una Parrocchia che ha preso lo stesso nome, solo che il quartiere nel frattempo è diventato enorme e il piccolo spazio della Cappella non è più sufficiente, tant'è che occorre che la domenica si celebrino tante messe e buona parte dei fedeli deve rimanere fuori. Il parroco con le piccole offerte dei suoi parrocchiani e tanto lavoro messo a disposizione gratuitamente dai fedeli, è gia riuscito a fare le fondamenta e innalzare le pareti di una nuova e spaziosa Chiesa, che scherzosamente chiamiamo la Cattedrale di Kigoma. Ora serve aiuto, anche piccole offerte, per poter costruire il tetto, opera che risulta un po' più difficoltosa da realizzare con mezzi inadeguati. Per questo il parroco, l'Abbé Guylain, mi ha chiesto aiuto e io mi servo di questo blog e di un sito apposito per la raccolta fondi per chiedere aiuto. E' possibila anche utilizzare il nostro conto corrente bancario in Belgio ING Brussels PIA SOCIETA SAN PAOLO ASBL - IBAN: BE63 3101 7263 2808. La cifra per completare il tetto (come potete vedere dal preventivo) è di 47 mila dollari. Ma anche un piccolo contributo può aiutare per avanzare nei lavori.

Sito raccota fondi







mercredi 28 août 2013

Lasciateci vivere


Non ho ancora avuto l'opportunità di visitare l'Est del Congo, ma per quanto mi viene detto sarebbe la parte più turistica di questo immenso paese. Il clima è mite, la ricchezza della natura è incommensurabile (flora, fauna, paessaggio, montagne, laghi, vulcani...) e con un po' di marketing si otterrebbe un afflusso enorme di persone interessate a scoprire il nostro pianeta. E per alcuni anni le cose si sono mosse in questo senso, tant'è che esistono agenzie di viaggio che hanno ancora in catalogo queste mete sul lago Kivu.
Purtroppo però, da alcuni anni tutto è diventato impossibile e l'Est del Congo è conosciuto soltanto per la guerriglia, le occupazioni, le violenze, la soffernza. Mi ha colpito il grido lanciato dal vescovo di Goma, che ha detto senza mezzi termini: "Lasciateci vivere - AU NOM DE DIEU LAISSEZ-NOUS VIVRE!". E, commentando i grandi incontri tra politici e responsabili delle nazioni che si ripetono inutilmente da tempo dice: "Perché trascinare le aspirazioni di un intero popolo in nome di ideologie e false ambizioni? La popolazione non ha bisogno di assistere ai giochi politici, come se fosse uno spettatore in una scena teatrale in cui non è in grado di capire il quadro egemonico di fondo Diverse situazioni dimostrano un comportamento paradossale, a scapito del nostro popolo... E 'il momento di svestirsi dell'uomo vecchio a spingere per la pace totale". Non c'è molto da aggiungere... Solo viene da pensare a tante altre parti del mondo che vivono conflitti e alla popolazione che continua a soffrire. Lasciateci vivere!


dimanche 21 juillet 2013

C’è un problema… o forse no!

Dire che anche in Congo si senta l’attesa o il clima della GMG è senz’altro una forzatura. Ma dire che i giovani congolesi siano disinteressati al grande appuntamento brasiliano è altrettanto dare una visione distorta della realtà. Le parrocchie e le diocesi della RD Congo sono ben organizzate per quanto riguarda la pastorale giovanile. In ogni parrocchia esite una commissione giovani, presieduta da un giovane-adulto, che promuove un programma di catechesi e attività durante tutto l’anno pastorale. E non si fatica ad arrivare a numeri assai considerevoli di partecipanti.
La Chiesa congolese si è sviluppata dando grande spazio ai ministeri laiciali e i gruppi giovanili sono espressione di questa ministerialità, dove c’è una guida attenta da parte dei pastori, ma grande spazio all’iniziativa e alla creatività laicale. Nei giorni scorsi ho scambiato qualche riflessione con padre Blaise, viceparroco a Matadi, città a circa 400 chilometri da Kinshasa. Mi confidava che il suo gruppo giovani conta circa 450 membri e che il problema sulla possibilità concreta da parte dei suoi giovani di sentirsi coinvolti nell’evento GMG in realtà non si pone. Molti conoscono l’appuntamento mondiale con Papa, ovviamente pochissimi sanno di potervi partecipare, ma le parrocchie e le diocesi nelle attività che si svolgeranno nelle prossime settimane faranno riferimento a quando il Papa proporrà in Brasile. E qui il clima essenziale e di condivisione tipico delle Giornate Mondiali è pane quotidiano: quando si parte per un campo scuola o un ritiro spirituale tutto è fatto nell’essenzialità, come del resto lo è la vita quotidiana. Non c’è alcuno spazio per comodità e rilassatezza perché gran parte delle famiglie vivono cercando di far fronte alle loro esigenze giorno per giorno.
Un invito a chi è già a Rio o a chi avrà la possibilità di « collegarsi » in diretta tramite i mezzi di comunicazione e le reti sociali: non dimenticate i giovani congolesi che, in quella speciale comunione che lega tutti i cristiani attraverso la fede in Cristo, sono rappresentati da tutti gli altri giovani.La ricchezza della fede cristiana in questa terra è condivisa da tutti i giovani del mondo e il sostegno reciproco si appoggerà sicuramente all’abbondanza di preghiere che i giovani africani garantiscono per i loro amici di tutto il resto del mondo. Certo, sarebbe bello che una rappresentanza più ampia potesse essere presente personalmente a Rio, ma bastano pochi congolesi per ricreare quel clima di festa e di gioia che si respira – nonostante gli enormi problemi quotidiani – nella fede cristiana dell’Africa sub-sahariana.
pubblicato su www.popeup.net 

lundi 15 juillet 2013

Un congolese a Rio

Nella lista dei santi e beati scelti come patroni della Giornata Mondiale della Gioventù di Rio 2013 è stato inserito anche un congolese, Isidore Bakanja.Giovane catechista laico Isidore Bakanja è morto come testimone della fede a soli 23 anni nel 1909. Nella Repubblica Democratica del Congo Bakanja non è un santo da calendario, piuttosto una persona veramente conosciuta, amata e invocata da tanti cristiani giovani e meno giovani. Sono innumerevoli i gruppi e i movimenti che portano il suo nome, insieme a quello dell’altra beata congolese, la giovane martire Anaurite.
La storia di Bakanja è legata all’esperienza di sopraffazione e schiavitù di tanti giovani congolesi durante il periodo coloniale, che davanti ad un potere che talvolta non solo sfruttava ma umiliava le persone, dovevano sottomettersi fino a perdere la propria personalità. Isidore non volle mettere in discussione la sua semplice e profonda fede e i segni che per lui erano essenziali alla testimonianza. Nato nel 1885 in un villaggio vicino all’odierna Mbandaka, capoluogo della provincia Orientale, una volta maggiorenne lasciò il villaggio natale e i genitori per cercare lavoro in città. Qui fu preso come muratore in un’impresa edile. E in città venne in contatto con i monaci trappisti, che gli fecero scoprire e amare il Signore Gesù. Aveva sempre con sé il rosario e lo scapolare della Madonna del Carmelo. Decise di ritornare al suo villaggio per lavorare in una piantagione ed essere catechista. Il padrone della piantagione non accettò la sua semplice testimonianza cristiana, neppure la sua preghiera durante le pause di lavoro e lo fece frustare più volte. Isidore accettò tutto, consapevole di unire la sue sofferenze a quelle di Cristo. Ma il suo corpo fu distrutto lentamente per le ferite e le infezioni. Ebbe la forza di perdonare i suoi persecutori e morì il 15 agosto 1909.
Isidore Bakanja fu beatificato da papa Giovanni Paolo II nel 1994 che disse rivolgendosi a lui : “In un’Africa dolorosamente provata dalle lotte tra etnie, il tuo esempio luminoso è un invito alla concordia e al riavvicinamento tra i figli dello stesso Padre celeste. Tu hai praticato la carità fraterna verso tutti, senza distinzione di razza o di condizione sociale; ti sei guadagnato la stima e il rispetto dei tuoi compagni, molti dei quali non erano cristiani. Ci mostri così il cammino del dialogo necessario tra gli uomini” (© Libreria Editrice Vaticana – 1994). La Chiesa congolese sente di avere una vera ricchezza nei suoi due beati, Anaurite e Bakanja, e li invoca ogni giorno, una ricchezza ora condivisa da tutti i giovani della GMG. Se, come speriamo, qualche giovane congolese sarà a Rio, molto probabilmente sarà vestito nell’uniforme “Bakanja”, camicia e pantaloni in “pagne” (la stoffa tipica) coloratissimi e stampata con il volto del beato al centro.
Pubblicato in popeup.net

jeudi 6 juin 2013

Se si potesse...


Se si potessero smontare alcune chiese ormai inutilizzate o sovradimensionate nelle nostre città per ricostruirle qui in Congo... sarebbe una bella cosa. Ogni domenica in Congo le chiese cattoliche si riempiono di fedeli in tutti i loro settori. Le chiese più ricche sono poche, quelle soprattutto nel centro delle più grandi città. Ma le parrocchie di periferia, quelle che si possono raggiungere sono con una 4x4, in genere sono dei semplici capannoni un po' abbeliti con tanta fantasia. Eppure le celebrazioni sono di una ricchezza unica: è risaputa la qualità dei canti e delle danze, ma ciò che più colpisce è la ministerialità della comunità. Ognuno ha il suo ruolo, preti, religiosi, laici, giovani, adulti, bambini. Tutti contribuiscono con il poco che hanno alle necessità della comunità. Tutti prestano la loro parte di animazione alla liturgia, lasciando poi ai responsabili della corale, degli annunci, della proclamazione della Parola, etc. di coordinare e di dirigere. Il parroco della Regina degli Apostoli di Lubumbashi mi ha chiesto aiuto per completare la costruzione della nuova chiesa, appena abbozzata grazie al lavoro di giovani volontari del luogo. La piccola cappella attuale è stata costruita da noi Paolini negli anni ottanta, vicino alla nostra comunità, su richiesta dell'Arcivescovo del tempo, per soddisfare i cristiani del villaggio. Ora il villaggio è diventato un vero quartiere con più di 2000 adulti. Cosa si può fare? L'Abbé Guillaume mi ha detto: anche 50 dollari ci aiutano ad aggiungere un po' di mattoni...

lundi 18 mars 2013

Un papa in moto


 A Kinshasa la notizia ha viaggiato soprattutto attraverso gli squilli dei cellulari. Non tutti hanno potuto seguire l’habemus Papam in TV perché buona parte della capitale era senza energia elettrica per uno dei ricorrenti black-out. Lo stupore per la novità e gli interrogativi sulla persona chiamata al grande compito hanno lasciato presto lo spazio alla gioia. Il vuoto che si era creato con le dimissioni di papa Benedetto è riempito. Sembra un’affermazione semplicistica ma qui in Congo è l’aspetto più sottolineato. Eravamo diventati orfani, ci mancava un padre, un riferimento, ora l’abbiamo ritrovato. Solo dopo possono cominciare tutte le altre considerazioni. Il fatto che l’eletto non fosse tra i papabili più citati negli ultimi giorni ha rassicurato chi si trova a vivere dove tutto sembra già scritto e deciso dal “pouvoir en place”. È la Provvidenza a guidare la Chiesa, le dimensioni carismatica e spirituale, quelle che il senso religioso innato negli africani meglio percepiscono, hanno avuto il sopravvento su ipotetiche scelte geopolitiche. Anche se ovviamente non passa inosservata la provenienza latinoamericana del nuovo successore di Pietro, il sud del mondo inizia ad avere una voce ascoltata.

In alcuni quartieri si è scesi in strada per festeggiare: la musica e qualche birra non mancano mai e così, ciò che non ha potuto fare l’informazione ufficiale l’ha fatto il passaparola. La gente semplice non ha colto immediatamente il valore simbolico della scelta del nome. Pape François, come il poverello d’Assisi che vivendo e annunciando il Vangelo ha “riparato” la Chiesa. E inoltre papa Francesco è un gesuita. Nei paesi di missione i gesuiti sono conosciuti per il grande impegno sociale, fatto senza risparmio di energie e di mezzi, nel nascondimento. Mi piace associare il gesuita Bergoglio, nuovo Papa, al suo confratello Henry de la Kethulle, impegnato in Congo per la lotta alla depranocitosi, una malattia invalidante, simile all’anemia mediterranea, che può essere prevenuta e curata con un’adeguata profilassi. Ieri mattina padre Henry, che ha ampiamente superato gli ottant’anni, ha raggiunto in moto la nostra comunità paolina per condividere un progetto di divulgazione per combattere la drepanocitosi. Vorrebbe coinvolgere il ministero dell’educazione del governo congolese per raggiungere il più ampio numero di giovani. Da vero gesuita, di nobili origini, riesce a far convergere sulle sue iniziative l’impegno di carità degli strati sociali più agiati, per far crescere umanamente e spiritualmente chi non ha nulla, nemmeno la salute. Speriamo che il suo progetto si realizzi e che noi paolini possiamo dar man forte a questo impegno. Mi immagino così anche Papa Francesco: in moto per arrivare ai più poveri, ai più disperati, magari non una moto a due ruote, ma un “moto spirituale” che guidi tutta la Chiesa, e la Chiesa africana in particolare, alla condivisione, nella giustizia e nella pace.

samedi 29 septembre 2012

La francofonia

Tra poche settimane (dal 12 al 14 ottobre) si terrà a Kinshasa il Summit della francofonia, cioè dei rappresentanti dei paesi francofoni del mondo. Circa 220 milioni di persone al mondo parlano francese. E circa un terzo sono proprio nella Repubblica Democratica del Congo. Ovviamente l'evento è anzitutto politico, per gli incontri (e i non incontri) tra i vari capi di stato, ma ha anche il suo valore culturale. Dovrebbe permettere a questo grande paese che è la RDC una vetrina positiva. Purtroppo le premesse non sono buone perché l'Est del paese è tormentato dalla guerra e ogni mediazione, a causa dei vari interessi economici e politici in gioco, si sono rivelati sinora inefficaci. A livello ancora più pratico, questo grande avvenimento ha obbligato le istituzioni pubbliche a riaggiustare un po' la grande Kinshasa. Non solo dalle colline si può già contemplare il grattacielo illuminato, rimesso a nuovo come albergo per gli ospiti in arrivo, ma soprattutto in alcune zone le strade sono divenute più ampie e praticabili, asfaltate e - in parte - illuminate. Anche noi Paolini ci stiamo impegnando per allestire uno stand nello spazio accanto allo Stadio dei Martiri che sarà teatro degli avvenimenti aperti al pubblico. Cosa produrrà questo sforzo organizzativo eccezionale per la città capitale di un paese dallo sviluppo lento, bloccato da tanti impedimenti? Spero soprattutto una maggiore consapevolezza che volendo si può fare tanto, ci si può incamminare verso un vero progresso sociale, politico, economico; per un Congo che - e qui deve essere la Francia in prima linea,con l'arrivo a Kinshasa di Hollande - non venga solo sfruttato dalle multinazionali per le ricchezze naturali o dagli stati per giochi di supremazia planetaria, ma rispettato e aiutato a crescere. E' chiedere troppo? Non penso...

jeudi 12 juillet 2012

Clima colorato



Dopo diversi mesi provo ad aggiornare questo blog. In mezzo tanti avvenimenti lieti e tristi che hanno riempito in maniera a volte esagerata le mie giornate africane. Due fra tutti: la morte del primo paolino congolese, al quale tutti qui a Kinshasa eravamo e siamo molto legati; la visita del Superiore generale della Società San Paolo in occasione della mia nomina a superiore regionale della Regione Congo e dell’Assemblea di programmazione.
Per essere però “sulla notizia” arrivo immediatamente all’esperienza degli ultimi tre giorni. Ho viaggiato verso la Nigeria, il più grande stato africano per numero di abitanti. Ovviamente per incontrare i miei confratelli paolini e le loro comunità in vista di trovare qualche punto di incontro per collaborare tra africani. La Nigeria - è il ritornello di tutta l’Africa per le risorse naturali - vive la grande contraddizione di essere tra i paesi più ricchi di petrolio al mondo, ma di non avere raffinerie e quindi di dipendere dalle importazioni per il carburante... Ma a parte questo, si riconosce subito una nazione, in confronto alla RD Congo, molto più sviluppata economicamente, forse anche socialmente. Oltre la brevità del mio contatto con questa realtà, il limite della conoscenza è dovuto anche al fatto che per ragioni di sicurezza verso le 5 del pomeriggio quasi tutto si ferma e si è obbligati a stare in casa, in comunità. Prima di addentrarmi in questi rischi sulla sicurezza vorrei però parlare del grande e fruttuoso lavoro apostolico della Famiglia Paolina in Nigeria. SSP e FSP sono presenti in più città con centri di diffusione. Noi paolini a settembre avremo la gioia della professione dei primi paolini nigeriani. Infatti finora sono i confratelli dell’India che gestiscono in maniera eccellente la nostra presenza. Per tornare alla sicurezza: c’è il rischio reale di essere rapiti e rapinati. La comunità di Enugu è stata derubata di tutto in pieno giorno. Questa situazione però non è legata ai problemi di intolleranza verso i cristiani, che riguardano soltanto alcuni stati e alcune parti dell’immenso paese. Chiaro però che con le notizie che rimbalzano sui media, si ha la percezione di un paese in guerra. Devo dire che camminando per le strade ho trovato invece la solita allegria e apertura africana, pur in un contesto anglofono, che da un’impressione diversa rispetto a quello francofono dove vivo. Il clima è di accoglienza e con facilità trovi qualcuno che vuole prendere una foto con te... bianco, nero e tutti i colori. E per natura sono portato a vedere il lato positivo delle situazioni.

samedi 7 avril 2012

La vita di Dio proprio in mezzo alla nostra vita


La Risurrezione non è un'uscita immaginaria dal mondo reale, ma l'emergere della stessa vita di Dio proprio in mezzo alla nostra vita.
Vedo i volti di uomini e donne, bambini, giovani, adulti e anziani, che spesso arrivano a bussare alla nostra porta per chiedere un aiuto: Emmanuel, Christian, Véronique, Pascha, Gabriel ... Sono sicuro - e me lo aspetto - che la Risurrezione del Signore cambierà i loro volti, ma poi saranno sempre qui a chiedere condivisione, a chiedere di comunicare la gioia della vita risorta, la vera buona notizia da annunciare. E per me, per noi, la gioia di crescere ogni giorno nell'amore di Dio che chiede il nostro aiuto. Buon passaggio alla vita nuova, a volti nuovi, alla notizia buona e bella. Buona Pasqua.

La Résurrection n’est pas une sortie imaginaire du monde réel, mais le surgissement de la vie même de Dieu au beau milieu de nos existences.
Je vois les visages des hommes et femmes, petits, jeunes, adultes et âgés, visages qui souvent frappent à notre porte pour demander un aide : Emmanuel, Christian, Véronique, Pascha, Gabriel… Je suis sûr - et je l'attends - que la Résurrection du Seigneur changera leurs visages, mais ils seront toujours là pour demander de partager, de communiquer à la joie de la vie ressuscitée, la vraie bonne nouvelle à annoncer. Et pour moi, pour nous, la joie de grandir chaque jour dans l’amour de Dieu qui demande notre aide. Bonne passage à la vie nouvelle, aux nouveaux visages, à la nouvelle bonne et belle. Bonnes fêtes de Pâques.


Resurrection is not an imaginary exit from real world, but the emergence of the very life of God in the midst of our lives.
I look at faces of men and women, children, youths, adults and aged, who often arrive knocking on our door asking for a help: Emmanuel, Christian, Veronica, Pascha, Gabriel ... I'm sure - and I expect - that Resurrection of the Lord will change their faces, but they will always be here to ask for sharing, to communicate the joy of the risen life, the really good news to be announced. And for me, for us, the joy of growing every day in the love of God who demands our help. Good crossing to the new life, new faces, to the news good and beautiful. A Great Easter.


vendredi 30 mars 2012

Ero senza casa... avevo fame...

Si corre veramente il rischio di essere ripetitivi e stancare chi legge le notizie congolesi. Problemi di corruzione, di malgoverno, di povertà, di salute... Sarebbe bello parlare della normalità della vita quotidiana, dei giovani che riescono a metter su una piccola impresa e si impegnano al massimo, delle scuole che pur con pochi mezzi offrono un buon livello di educazione. Solo che poi ci si scontra con la realtà che ti bussa fisicamente alla porta. È ancora lo stesso Emmanuel di un paio di post fa. La situazione della sua famiglia si è fatta grave. Pensavo di dovergli dare una mano per gli studi invece le esigenze che sono emerse sono ben altre. Emmanuel, quattordici anni, è l'unico "uomo" in una famiglia di sette donne, dopo che il padre li ha abbandonati. E si coglie il suo coraggio e la sua intraprendenza di "capofamiglia", ma anche tutta la fragilità, che "incarna" tutti i disagi tipici della società congolese. L'altra notte la famiglia di Emmanuel è stata cacciata dalla casa; la mamma mi ha inviato un chilometrico messaggio di aiuto verso le 23. Ovviamente non ho potuto fare nulla. L'indomani Emmanuel si è presentato stanco e affamato a presentarmi la situazione. Fortunatamente il capo quartiere alle tre di notte aveva convinto il padrone di casa a far rientrare la famiglia e a dare un nuovo termine di pagamento. Emmanuel si presenta sempre con il suo registro scolastico personale. Penso sia la cosa che gli interessi maggiormente: poter proseguire i suoi studi, nonostante tutto. Solo che oggi Emmanuel si è presentato più affaticato del solito, con una crisi di malaria. Allora, dopo avergli dato qualcosa da mangiare, l'ho inviato al centro medico dove l'hanno visitato e gli hanno consegnato alcuni medicinali. Ma il vero problema che il medico ha segnalato non è tanto o solo la malaria, ma la denutrizione. Ha fatto una lunga lista di cibi di cui il ragazzino avrebbe bisogno. E qui si ritorna al solito problema... Veramente, si vorrebbe raccontare altro, ma come lasciare solo Emmanuel e la sua famiglia tutta al femminile?

dimanche 25 mars 2012

Per le strade del mondo


Rilancio l'intervista che Giuseppe Cutrona ha realizzato per il sito www.daportasantanna.it
Nel giorno del ricordo dei missionari martiri abbiamo raggiunto padre Roberto Ponti, missionario paolino in Congo, per conoscere la sua esperienza di missione e per condividere insieme a lui il valore di questa giornata che la Chiesa ci invita a vivere nella preghiera e nel digiuno.

Padre Roberto, raccontaci la tua esperienza di missione. Come hai vissuto la chiamata verso questa nuova terra lontana da casa e dagli affetti? Di cosa ti occupi e in cosa consiste la missione paolina in Congo? «Sono arrivato circa un anno fa a Kinshasa, nella Repubblica democratica del Congo, dove i missionari “bianchi”, che con la loro presenza hanno portato all’ampia diffusione del Vangelo, sono ormai una esigua minoranza. La Chiesa congolese ha ora le sue sicure basi autoctone. Ho sentito l’invito della mia comunità come un’opportunità per arricchire la mia vita e la mia fede. La comunità paolina a Kinshasa è giovane e io mi trovo a dividere il tempo tra la formazione dei futuri religiosi e la responsabilità di alcuni uffici come quello di economo, per gestire i nostri progetti di evangelizzazione tramite i mezzi di comunicazione. La nostra casa editrice segue essenzialmente la linea che ci contraddistingue ovunque nel mondo: Bibbia, famiglia e comunicazione sono i nostri riferimenti. Siamo poi impegnati nella preparazione e nella diffusione di testi scolastici, per aiutare le giovani generazioni ad avere materiali adatti alla formazione. La tipografia poi ci permette di dare lavoro a più di cinquanta famiglie e diventa un impegno serio fare in modo che si possa continuare con professionalità».
Com’è il rapporto con la comunità locale, ti sei mai sentito in pericolo o semplicemente rifiutato? «Sono stato ben accolto, non solo in comunità ma anche per strada dove la gente ti saluta e ti sorride. Nel momento più critico del periodo elettorale, lo scorso mese di dicembre, come occidentali si era additati a causa delle situazioni negative e di sfruttamento del Paese, ma non ho visto violenze o gesti diretti contro stranieri. Con il passare del tempo sono più conosciuto nel mio quartiere e aumentano coloro che bussano alla porta per un aiuto. Le situazioni che si presentano sono le più disparate, ma tutte fanno toccare con mano quanto sia difficile vivere in una città immensa come Kinshasa. Tanti ragazzi e giovani faticano per pagarsi le spese della scuola o dell’università; tanti papà e mamme non possono permettersi di pagare le cure per i propri figli; le famiglie sono ricche soprattutto di figli e si accontentano di vivere in spazi molto ristretti. Ciò che non manca è la fede, che conosco soprattutto attraverso chi, pur dovendo percorrere lunghe distanze, inizia la giornata con la celebrazione dell’eucaristia e condivide con la mia comunità l’ascolto della Parola di Dio».
Cosa hanno di speciale i missionari? Perché nell’immaginario comune attraggono pure i non credenti? «L’idea classica di missionario è quella di un coraggioso, capace di sradicarsi dalla sua terra, dalle sue abitudini, per mettere nuove radici in un popolo sconosciuto, in una terra da abitare dove condividere gioie e sofferenza. Immettersi in una nuova cultura, assumere nuovi ritmi e spesso confrontarsi con situazioni al limite della vivibilità rimane una sfida che affascina. L’uomo, la donna, sono costruttivamente aperti all’incontro e alla scoperta e il missionario è persona di connessione, di incontro. “I semi del verbo”, la presenza germinale della salvezza portata dal Cristo Gesù e diffusa in ogni cultura e in ogni luogo, permettono scambi e relazioni che sorpassano ogni frontiera. Questo rende la missione sempre interessante e affascinante».
Che valore può avere per i cristiani e i non cristiani una giornata di ricordo e commemorazione di tanti uomini e donne di fede? Perchè è importante parlarne o addirittura pregare e digiunare? «Mi viene subito in mente la famosa affermazione di Paolo VI in Evangelii Nuntiandi: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni” (EN, 41). Tutti siamo in ricerca di qualcuno da ascoltare, di esempi da seguire per rendere la nostra vita carica di significato. Mettersi in ascolto di chi ha dato tutto per portare un annuncio di pace e gesti di vita nel nome di Gesù è un modo per arricchirsi nel profondo. Sappiamo che in questa data si ricorda l’assassinio dell’arcivescovo Romero, di un missionario “nella sua stessa patria”, un uomo che attraverso un cammino di conversione al Signore e di coerenza personale ha saputo essere segno di contraddizione e di giustizia. Pregare e digiunare è lo stile riconosciuto da tutte le religioni, e in qualche modo anche da chi non ha alcuna fede, per ritrovare spazio e disponibilità all’ascolto e al cambiamento. Ricordare i missionari martiri non è un momento di lutto, è piuttosto una festa di popoli che si ritrovano attorno ad esempi luminosi di fede incarnata in tutte le sue dimensioni».

mardi 13 mars 2012

Emmanuel



Ancora una volta mi trovo davanti ad una situazione che non può lasciarmi indifferente. Sono in tanti che bussano alla porta della Comunità Paolina di Limete ed è invalso l'uso di farsi preannunciare da una lettera. E i congolesi conoscono bene i passaggi burocratici (la pesantezza della burocrazia statale è uno dei blocchi ad un possibile sviluppo della nazione...) per cui sanno come scrivere una lettera per presentare le proprie richieste in maniera circostanziata. Ovvio che bisogna saper distinguere richieste vere e richieste meno vere... Per questo chi bussa arriva a presentare anche fatture, preventivi, finanche certificati di decesso al fine di essere più credibili nelle richieste. Purtroppo non si può dire di sì a tutti ed è spesso l'emozione a fare la differenza. È quanto capitato con Emmanuel, del quale è arrivata sul mio tavolo una lettera firmata "l'allievo Emmanuel". Quando la portineria l'ha fatto entrare nel mio ufficio mi son trovato davanti un ragazzino smilzo, con il fiato corto per la paura, ma sufficientemente risoluto per presentare anche a voce la sua richiesta: per continuare a seguire i corsi e recuperare gli esami non fatti a scuola aveva bisogno di un aiuto economico. Come fare a dire di no? Per quanto potevo gli ho dato una mano. Gli ho chiesto però di farmi avere la prova che l'offerta arrivasse effettivamente a destinazione. Così sabato scorso l'ho rivisto al cancello, zaino in spalla, e mi ha presentato il suo registro personale con la dichiarazione timbrata e firmata dalla sua scuola che attestava il versamento delle tasse. Insieme, però, ecco una nuova lettera, questa volta di sua mamma. Oltre a ringraziarmi, mi ha presentato la situazione che vive: abbandonata dal marito, deve far crescere oltre a Emmanuel altre quattro figlie, che ovviamente dovrebbero essere aiutate per poter andare a scuola. E lo stesso Emmanuel ha ancora bisogno di qualcosa per cominciare a pagare la rata del secondo trimestre. La sua camicia, in origine bianca, ingiallita dalla polvere che a Kinshasa è sempre nell'aria e dal sudore, dice la fatica di tirare avanti. Ma il sorriso non manca sul suo volto. Un po' di speranza c'è sempre nel cuore di un vero congolese.

dimanche 26 février 2012

Prima o poi...

... doveva capitare! Niente di eccezionale, ma solo voglio raccontare l'esperienza di arrivare all'Aeroporto di N'Djili e... non trovare nessuno ad accoglierti. Lunedì scorso: volo Lubumbashi-Kinshasa dopo la visita alla comunità di noviziato in Katanga, Lubumbashi (la capitale economica del Congo, circa 2000 chilometri, nell'estremo sud est). Come solito, all'ultimo momento, si viene a sapere che il volo farà scalo a Kananga (Kasai), il che comporta un'ora abbondante di ritardo sul previsto. Chiamo la comunità per avvisare e so che qualche confratello, con molta pazienza, partirà presto per essere in orario e raccogliere me e i bagagli a N'Djili. Se non c'è traffico il tragitto Limete - N'Djili si percorre in 30 minuti, con il traffico, se ti va bene e non è tutto completamente bloccato, ci si impiega almeno il doppio del tempo. Ma questa volta il veicolo è andato in panne, la comunicazione non è entrata in gioco velocemente ed io, sicuro che qualcuno fosse in arrivo, mi sono fatto trovare fuori sulla grande strada che conduce all'aeroporto con valigia e due scatoloni al seguito. Senza contare la piccola avventura già vissuta al ritiro bagagli. In genere ci si fa aiutare da qualche giovane che con una divisa approssimativa da aeroporto si offre per aiutare a riconoscere il bagaglio e a trasportarlo fuori (non ci sono infatti carrelli per tutti). Usano il biglietto per controllare il numero e il nome sul bagaglio. Solo che stavolta la security non ha gradito la cosa, ha cacciato tutti gli aiutanti abusivi e con loro il mio biglietto. Per cui non ho potuto dimostrare all'uscita che il bagaglio era il mio... se non offrendo una piccola ricompensa al controllo. Ritorno fuori dall'aeroporto, non prima di aver "ricompensato" anche i militari all'uscita che avendo un fucile in mano fanno in fretta ad esigere una mancia. Dopo aver appurato che nessun veicolo della comunità mi stava aspettando né si intravedeva all'orizzonte, con i due scatoloni (un cartone di pesce e alcune paia di scarpe) e valigia al seguito mi faccio aiutare (con adeguata ricompensa) a trovare un taxi per arrivare in comunità. Mica facile, perché oltre a dover intuire che il mezzo è adeguato (cioè non mi lascerà a piedi per strada), bisogna contrattare il prezzo. E per chi è alla prima volta non è affatto facile. Fortuna ha voluto che il taxi aveva già a bordo un signore che aveva viaggiato sullo stesso volo e che doveva arrivare a metà percorso rispetto alla mia meta. E il taxista è stato onesto nell'accettare un'offerta equa. Così, dopo circa un'ora e con la deviazione che mi ha fatto scoprire un nuovo quartiere di Kinshasa (dove doveva arrivare il primo passeggero) sono arrivato sano e salvo a casa. Soddisfatto di essere riuscito in un'impresa che non è facilissima. Ma prima o poi doveva succedere.

samedi 21 janvier 2012

Chi aiutare?

Si intravvede qualche piccolo passo verso una situazione sociale tranquilla qui a Kinshasa, anche se non mancano motivi di incertezza: i vescovi congolesi in un comunicato "chiaro e forte" hanno chiesto che ciascuno si prenda le proprie responsabilità nel processo post-elettorale in vista di realizzare verità e giustizia. E chi non è in grado di lavorare per questo - il messaggio si fa qui particolarmente duro - è bene che si faccia da parte, che si dimetta. Le reazioni sono state molto disordinate, non cogliendo fino in fondo il senso di richiamo al bene comune. D'altra parte i problemi quotidiani del Congo rimangono gli stessi e la gente comune vorrebbe vedere qualcosa che cambi in meglio... Ma l'elenco di coloro che si presentano e bussano alla mia porta per un aiuto si allunga. Poiché passando le festività in Italia ho ricevuto alcune somme da destinare ai più poveri, ora si tratta di individuare chi ne ha realmente bisogno. E' facile pensare subito ai bambini, che hanno necessità di tutto. Ma oltre ai più piccoli penso ai giovani che chiedono un contributo per terminare gli studi e ai papà che con un piccolo investimento vorrebbero risollevare le sorti della loro famiglia. Poi ci sono le mamme che in genere sono preoccupate di curare le malattie dei propri figli. Oltre ad accertarsi che le richieste siano vere e non nascondano falsità, la riflessione in questi giorni è proprio su come esercitare una piccola carità che possa essere un vero piccolo aiuto in vista di costruire un futuro migliore.

samedi 24 décembre 2011

Uno sguardo da incrociare

Vivo per la prima volta il Natale in Africa, ai 30 gradi di Kinshasa. Questo mi obbliga a ripensare il modo di vivere l'accoglienza del Signore. Dio nasce nel nostro mondo perché l'uomo nasca in Dio. Non si tratta solamente di un avvenimento datato e situato. A Natale celebriamo la memoria della nostra speranza. Dio si fa vicino a noi, così vicino che ci può vedere attraverso gli occhi di un bambino. E in questo bambino, Dio diventa un volto da contemplare, uno sguardo da incrociare, una parola da ascoltare. Nascendo nel mondo, Dio impegna l'uomo nel mondo perché si assuma le sue responsabilità a gloria di Dio e al servizio degli altri: artigiani di pace, costruttori della civiltà della giustizia, creatori di legami che favoriscano la riconciliazione. Come dice Don Alberione: la nostra vita ha sempre avuto la sua nascita in Gesù Cristo e, come lui, dalla culla. Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terrà pace agli uomini, da lui amati. Buon Natale!

lundi 19 décembre 2011

Dans la paix

Il clima è di attesa continua a Kinshasa, un clima che diventa sempre più difficile decifrare. Le giornate sembrano aver ripreso il loro corso normale e qualche albero di Natale fa timidamente capolino in comunità. Non è facile capire se questa calma di superficie stia preparando il dialogo e la pace o stia piuttosto aumentando la tensione fino ad una possibile esplosione di violenza. Sono di nuovo giorni decisivi: il presidente "ufficiale" Joseph Kabila Kabange domani, 20 dicembre, presterà giuramento; ma il suo oppositore autoproclamatosi presidente Etienne Tshisekedi wa Malumba farà la stessa cosa venerdì 23. Mezzi corazzati e carri armati presidiano gli incroci delle maggiori arterie della capitale. Non sono più stati riscontrati - per quanto mi risulta - né spari, né particolari episodi di turbolenza. Quando in comunità si apre la discussione sull'argomento, sulle prime si riaccendono gli animi. Poi si riesce anche a cogliere il senso umoristico della situazione: due presidenti, due giuramenti, due discorsi... non sono certo la normalità. Si cerca di capire le ragioni di una tale situazione. Con la fine della colonizzazione, tra le prime cose ad essere messe da parte ci furono le tasse. Comprensibile che ricordassero oppressione e sfruttamento. Ma fino ad oggi se ne pagano - è proprio il caso di usare questo verbo - le conseguenze, nel senso che si è creata l'incapacità a contribuire concretamente al bene comune, sviluppando invece l'idea di dover approfittare dello stato, cercando di partecipare al potere per averne un beneficio personale. Negli animi però rimane un desiderio di veri ideali, di un paese più vivibile e capace di utilizzare le sue ricchezze. Di due presidenti uno è evidentemente di troppo, ma perché si trovi un accordo servirà qualche passo indietro e la coscienza di quanto dice l'inno nazionale...pour de bon prenons le plus bel élan, dans la paix... nous bâtirons un pays plus beau qu'avant, dans la paix.

samedi 10 décembre 2011

Coups de feux ed eucaristia

Il suono di fondo di questo sabato mattina sono i colpi di pistola. Per fortuna sembra siano tutti indirizzati in aria, allo scopo di disperdere i gruppi di manifestanti. Ma il rumore rimane inquietante. La situazione non evolve, anzi si complica: colui che è stato dichiarato sconfitto dai risultati "ufficiali", Etienne Tshisenkedi, rivendica la sua vittoria e si è proclamato presidente. Circolano già tabelle e grafici con i risultati "corretti" che dicono l'opposto di quanto annunciato ieri. In alcuni quartieri di Kinshasa gruppi di Kuluna (gang di giovani armati di machete che di solito operano la notte) o comunque di chi approfitta della situazione incerta hanno saccheggiato esercizi commerciali, prendendo di mira soprattutto i cinesi, che a Kinshasa sono in gran numero, in seguito anche degli accordi con il presidente Kabila per i lavori pubblici che sono portati avanti da aziende della Repubblica Popolare Cinese. Difficile intuire l'evoluzione. Qui intanto la vita quotidiana deve far fronte alla situazione d'emergenza, che per una comunità si riesce sempre a rimediare. L'energia elettrica e l'acqua non arrivano dalla rete, per cui si lavora con gruppo elettrogeno e pompa dal pozzo, solo che le riserve di gasolio devono essere salvaguardate. Il cuoco è bloccato a casa sua e così i giovani si danno da fare in cucina. Termino la testimonianza con il ricordo di un confratello di cui ho scritto sulla mia pagina Facebook. Proprio 50 anni fa come oggi, don Michelino Gagna, missionario paolino a Elisabethville - l'odierna Lubumbashi - moriva nella sua vettura colpita dai proiettili e bruciata mentre cercava di mettere in salvo l'Eucaristia lasciata incustodita nella cappella delle Paoline. Era infatti in corso la guerra di secessione del Katanga. Forse un po' di avventatezza nell'affrontare il pericolo, ma senz'altro un grande amore per l'Eucaristia, ricevuto nel carisma paolino da Don Alberione l'ha portato ad osare tanto, troppo. Così ora possiamo chiedere da lui una preghiera speciale per questa terra.